In Europa, gli investimenti privati per adattarsi al cambiamento climatico stanno finalmente decollando. Tra il 2018 e il 2022, la spesa delle imprese per misure green è cresciuta del 243%, passando da 15,4 a 52,9 miliardi di euro, con un ritmo medio annuo compreso tra il 30% e il 37%. Eppure, questa accelerazione non basta: molti dei settori più esposti ai rischi climatici sono ancora poco attivi, e l’adattamento continua a rappresentare una quota molto ridotta del Pil — tra lo 0,15% e lo 0,92% nei Paesi analizzati. A mostrarlo è uno studio appena pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment del gruppo Nature, condotto da ricercatori della Delft University of Technology e del Netherlands Environmental Assessment Agency. È la prima analisi sistematica e comparativa sugli investimenti privati in adattamento al clima in 28 Paesi europei, Italia inclusa, con dati settoriali e per tipologia di rischio.

Lo studio spiega che, nonostante la crescente evidenza dei danni economici legati agli eventi estremi (59 miliardi di euro persi solo nell’Ue nel 2021), il settore manifatturiero e quello del commercio al dettaglio restano tra i meno adattivi, con investimenti fino a 4–5 volte inferiori rispetto al loro peso economico. Un’anomalia, considerando che si tratta di comparti ad alta intensità di capitale e vulnerabili ad alluvioni, ondate di calore e interruzioni della supply chain. Al contrario, i settori più attivi sono quelli dell’acqua, dell’estrazione mineraria e della pubblica amministrazione, dove gli investimenti in adattamento superano ampiamente la media nazionale. La motivazione è chiara: infrastrutture idriche, servizi pubblici e miniere sono già da tempo esposti a eventi meteo-climatici che ne mettono a rischio la funzionalità.