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Nelle ultime settimane di guerra aerea con Israele, il regime che governa l’Iran ha arrestato più di 700 persone, in gran parte dissidenti politici, ed eseguito almeno tre condanne a morte per impiccagione, nell’ambito di una grossa operazione di repressione del dissenso.
La guerra aerea – che si è conclusa negli scorsi giorni con un cessate il fuoco annunciato dal presidente statunitense Donald Trump – e la repressione sono collegate. Dopo che Israele ha cominciato a bombardare l’Iran uccidendo decine di leader militari, il regime iraniano ha cominciato a temere per la propria stabilità. Nei primi giorni di bombardamenti il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva incitato i dissidenti iraniani a rivoltarsi contro il regime, e lo stesso Trump aveva citato la possibilità di un regime change, cioè di un cambio politico forzato in Iran.
In risposta a questi timori l’Iran ha cominciato a fare arresti di massa, per prevenire la possibilità di rivolte e manifestazioni (che comunque non si sono verificate).
Le informazioni sono scarse e poco chiare, anche perché il regime controlla le comunicazioni e negli scorsi giorni ha più volte limitato l’accesso a internet. Si sa però che gli arresti hanno riguardato sia i dissidenti politici sia le minoranze etniche, e in particolare i curdi, che vivono nella parte occidentale dell’Iran e sono politicamente molto attivi. Nel 2022 le proteste per la morte di Mahsa Amini, una donna uccisa dalla polizia religiosa perché non indossava correttamente il velo, furono particolarmente forti proprio nel Kurdistan iraniano, anche perché Amini era di etnia curda.














