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Mentre in America, e in tutto l'Occidente democratico, i mezzi di informazione sono liberi di contestare le verità presidenziali, in Iran e nelle autarchie nessuno sa come sono andate le cose

Da bellico, lo scontro tra America e Israele da una parte e l'Iran dall'altra sta diventando mediatico. Meglio così, ovviamente, anche perché a volte le parole ci dicono molto di più delle armi su quali siano le forze e i valori in campo. Nelle ultime ore hanno parlato sia la guida suprema dell'Iran, l'ayatollah Khamenei, che il presidente americano Trump. Il primo, rintanato come un topo nella sua tana segreta per paura di essere ucciso, ha annunciato al suo popolo che l'Iran «ha dato un duro schiaffo all'America» e che «il regime sionista (Israele, ndr) è stato schiacciato e quasi annullato del tutto». Il secondo, Trump, passando da una conferenza stampa all'altra, ha asserito che le centrali iraniane dove si stava per costruire l'atomica sono state quasi del tutto distrutte. Una cosa è chiara: mentre Khamenei mente spudoratamente (l'America non è stata neppure sfiorata e ha fatto all'Iran un mazzo tanto, lo scudo israeliano è stato perforato da solo tre o quattro delle migliaia di missili lanciati come documentato in diretta tv) Trump sostiene una verità logica, ma non ancora accertata per tabulas nelle sue esatte dimensioni. Ma quale è la differenza sostanziale? Che mentre in America, e in tutto l'Occidente democratico, i mezzi di informazione sono liberi di contestare le verità presidenziali fino a fare infuriare il potere e l'opinione pubblica può decidere a chi credere, in Iran e nelle autarchie nessuno sa come sono andate le cose e quei pochi che lo sanno non possono obiettare la verità di Stato pena finire impiccati sulla pubblica piazza. La differenza, insomma, sta nella libertà di informazione senza la quale non ne può esistere nessuna altra.