Sono giorni bui per l’Unione europea che prova l’amarezza di sentirsi periferia del mondo. Incapace di un sussulto di dignità di fronte alla maleducazione imperiale di Trump. Ansiosa di compiacerlo (se il segretario della Nato, Mark Rutte, fosse italiano che cosa direbbero di noi?). E ora costretta a riarmarsi anche al di là della propria volontà. Scelta però inevitabile e responsabile che sottoscriverebbe persino il «pacifista» Giuseppe Conte se fosse ancora a palazzo Chigi. Ma lasciamo fuori le miserie e le ambiguità (di maggioranza e opposizione) di casa nostra. Il timore è quello che un’ Unione europea così politicamente debole si rassegni al dominio internazionale della forza. Ovvero che non difenda lo stato di diritto, su cui è fondata, presupposto di un lungo e storico periodo europeo di pace. La sua anima identitaria. Non rivendichi la civiltà di molte sue leggi (che non sono tutte odiosi orpelli burocratici come da vulgata sovranista) davanti all’arbitrio di chi mette sul piatto il peso della propria potenza economica, commerciale e, non ultima, militare.
Spese militari, il sentiero stretto
Gli impegni presi sono giganteschi, ma l’Italia può farcela. Dipende come. Meloni deve ringraziare le regole Ue (una volta odiate) perché le consentono di aderire trumpianamente al riarmo senza inquietare più di tanto il proprio alleato «pacifista», ovvero la Lega













