Barcolla dopo un solo anno l’impegno di elevare le spese militari al 5% del Pil entro il 2035 firmato dal governo italiano nel vertice dell’Aja del giugno 2025. All’epoca Ursula von der Leyen definiva «molto positivo» per l’Ue il rapporto privilegiato di Meloni con Trump e assicurava che l’Italia avrebbe tratto «grande beneficio» dal piano di riarmo, «un programma di investimenti che aumenterà la prosperità». Il comico dietrofront parlamentare di ieri su di una promessa decennale che lascia comunque ai posteri l’onere di mantenerla, è un segno d’imbarazzo.
Solo otto mesi fa Meloni si precipitava a Sharm El-Sheikh per dirsi «fiera che l’Italia ci sia in questa giornata storica», il varo del Board of peace per Gaza.
Ricavandone da Trump apprezzamenti maschili a latere di una «svolta epocale che sarà ricordata per sempre» perché «ci sono voluti tremila anni per arrivare fin qui». Oggi apprendiamo che il Board of peace non ha il becco di un quattrino.
Una lunga sequenza di menzogne proferite in mondovisione e di impegni per finta ha preceduto l’odierno infrangersi del sistema di alleanze che dal Medio oriente fino all’Europa è risultato nocivo per gli ex sudditi degli Usa e i partner d’Israele. Netanyahu e Trump erano convinti di poter trascinare con la forza le monarchie del Golfo e i curdi iracheni nella guerra all’Iran. Risultato: Arabia saudita, Emirati e Qatar gli chiedono ufficialmente di desistere, divisi fra loro ma accomunati dal timore di non recuperare mai più l’innaturale funzione di roccaforti del capitalismo finanziario globale.










