Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 7:50

di Matteo Masi

L’aria era densa di preoccupazione e allarmi, tra le tensioni israelo-iraniane e l’apertura del vertice Nato all’Aja. I nostri salotti televisivi, come da copione, si sono riempiti di esperti e opinionisti – spesso le stesse, stanche figure che monopolizzano il dibattito pubblico da decenni – a disquisire sul riarmo. Il mantra è chiaro: Trump e la Nato chiedono di alzare la spesa per la difesa fino al 5% del Pil. E qui arriva il bello, anzi, il tragicomico.

Improvvisamente, come per magia, quella stessa spesa che fino a ieri era considerata un peso morto, un drenaggio di risorse pubbliche, un’entità quasi demoniaca se destinata al welfare o al sostegno del lavoro, si trasforma in una panacea. Sentiamo parlare di “effetti positivi” sull’occupazione, di “nuovi investimenti”, di “infrastrutture strategiche”. Insomma, un vero e proprio keynesismo di guerra. La spesa pubblica, prima tacciata di essere “improduttiva” e “uno spreco”, diventa all’improvviso il motore di una rinascita economica. Una spinta epocale che creerà posti di lavoro, innovazione e prosperità. Ci siamo capiti: un profluvio di benefici che, chissà perché, non abbiamo mai potuto (o dovuto) cogliere quando si parlava di scuola, sanità, servizi pubblici essenziali.