Non servono i sondaggi per capire che il Pd, almeno a Pisa, ha smarrito la bussola. Bastano un congresso comunale finito nel caos, una pioggia di tessere contestate, verbali impugnati, ricorsi incrociati e l’esclusione clamorosa di uno dei suoi nomi più autorevoli, Stefano Ceccanti. Il partito che si definisce democratico rischia di inciampare nel proprio statuto. E la sensazione, sempre più diffusa, è che qualcuno, più che a un confronto politico, punti a una resa dei conti definitiva. La miccia è esplosa dieci giorni fa con la sospensione dell’elezione del nuovo segretario comunale, incarico vacante da oltre due anni. Marco Biondi, vicino all’area di Elly Schlein, era stato proclamato vincitore. Ma la sua affermazione è stata subito travolta da una tempesta di contestazioni: urne chiuse e riaperte in più sezioni, verbali irregolari, commissioni spiazzate e soprattutto un’anagrafe degli iscritti che ballava di settanta tessere tra i circoli Pisanova e Leopolda. Un’anomalia grave, che ha spinto il segretario provinciale Oreste Sabatino a prendere posizione: «L’anagrafe non è stabilizzata. Ogni operazione congressuale prima di chiarimenti sarà considerata priva di efficacia».
Ma a incendiare definitivamente gli animi è stato il “caso Ceccanti”. Il costituzionalista ed ex parlamentare, figura storica dell’area riformista del partito, si era recato da Roma appositamente per partecipare all’assemblea. All’ingresso gli viene comunicato che l’incontro è stato rinviato per ragioni burocratiche. Ceccanti riparte sconsolato. Ma mentre è sul treno, riceve una mail: il congresso si è svolto comunque, “autoconvocato” da un gruppo di iscritti della maggioranza, e ovviamente concluso con l’elezione del proprio candidato. Una procedura che ha lasciato fuori non solo lui, ma l’intera area riformista. Una mossa che per molti ha superato i confini dell’irregolarità per sconfinare nel terreno dello scontro politico puro.







