Qualcuno di voi lettori lo ricorderà senz’altro. Poco tempo fa, è rimbalzata, su molti giornali e siti, la notizia di un’iniziativa insolita che ha origine nelle Filippine. Ricardo Dublado, amministratore delegato del Cebu Century Plaza Hotel, ha deciso di concedere cinque giorni di congedo retribuito ai dipendenti che attraversano le difficoltà della fine di una relazione sentimentale.

La notizia riportava che, per beneficiare di questo permesso, fosse necessario rispondere a queste poche condizioni: che il congedo venisse preso una sola volta l’anno, a patto che la rottura avvenga con una persona diversa ogni anno, e che non potesse essere convertito in denaro. Il manager, dopo aver vissuto sulla propria pelle la tristezza e il conseguente disagio psico-fisico per la fine della sua relazione sentimentale, raccontava, in un’intervista, di aver sviluppato una particolare sensibilità nei confronti di chi affronta “un periodo così emotivamente complicato”. Considerato che questo fatto ha portato il governo filippino a ipotizzare una legge a riguardo, la cosa non poteva passarmi inosservata.

Occupandomi di benessere organizzativo, in quei giorni, infatti, ho proposto come tema di discussione in aula questa insolita notizia per testare, con una certa curiosità, le opinioni delle persone con le quali avevo il piacere di lavorare. Sorpresa, ilarità, incredulità, le emozioni e i sentimenti che immediatamente scaturivano dal racconto. Tuttavia, con il passare dei minuti, il clima da “rotocalco estivo” lasciava spesso spazio a delle riflessioni profonde e che validavano la possibilità di integrare nel concetto di benessere lavorativo anche questo terreno così umano e personale, e per questo universale. Dove va a finire quel dolore quando entriamo in ufficio o accendiamo la telecamera in Teams? Quanta parte di questa sofferenza e delusione si cela dietro ai comportamenti, a volte inspiegabili, delle persone che lavorano con noi che stanno attraversando simili situazioni? E a noi, cosa ci succede?