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Ultimo aggiornamento: 8:24
Il capo, l’esercito e Dio. Non necessariamente in quest’ordine, ma tutti compenetrati nella divina trinità che sta alla base della narrazione scelta da Donald Trump e dal suo governo per raccontare se stessi e tramandare la propria immagine ai posteri. Un misto di culto della personalità, celebrazione della potenza militare Usa e linguaggio messianico che è alla base della comunicazione della Casa Bianca guidata dal tycoon fin dall’inizio del mandato, ma che è diventato di plastica evidenza con il bombardamento dell’Iran.
Il messaggio è emerso in tutto il suo afflato leaderistico-religioso nel discorso con cui Pete Hegseth ha salutato l’operazione Midnight Hammer. “L’ordine che abbiamo ricevuto dal nostro comandante in capo era mirato, potente e chiaro” e “grazie alla leadership audace e visionaria (…) le ambizioni nucleari dell’Iran sono state annientate. Molti presidenti hanno sognato di sferrare il colpo di grazia al programma iraniano. E nessuno ci è riuscito. Fino a Trump”. Che era davanti alla tv a guardare il segretario alla Difesa magnificare il suo operato ben oltre l’adulazione: “Quando questo presidente parla, il mondo dovrebbe ascoltare“, “è stato un onore vederlo guidare (…) i nostri grandi guerrieri americani in questa operazione di successo”. “Dio benedica le nostre truppe, Dio benedica l’America e noi rendiamo gloria a Dio per la sua provvidenza”, la conclusione di Hegseth. Che giusto il 22 maggio ha presieduto la celebrazione di una preghiera nell’auditorium del Pentagono nel quale Trump è stato elogiato come leader “designato da Dio“. Come i sovrani.














