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Il funerale di Yahya Elkhodary, ieri, nel cimitero di Borgo Panigale

Era appassionato di videogiochi e da grande avrebbe voluto diventare un ingegnere, gli interessavano le costruzioni. Yahya ElKhodary aveva solo 16 anni. Ieri mattina il funerale. Malato di tumore, è arrivato a Bologna circa un mese fa con la mamma e le sorelline tramite un corridoio umanitario per ricevere le cure che, nella Striscia bombardata – dove i medicinali non entrano –, gli erano state negate. Ma è arrivato "troppo tardi", dice al funerale Yassine Lafram, presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia. È stato portato al Sant’Orsola, ma dopo poco trasferito all’Hospice pediatrico Seràgnoli. "Se avesse iniziato le terapie a Gaza - prosegue Lafram –, forse sarebbe ancora con noi. Non possiamo negare la responsabilità politica diretta, continuando ad abbassare la testa davanti a un criminale di guerra come Netanyahu". Per l’ultimo saluto, nel cimitero di Borgo Panigale, la cerimonia prevede che i presenti - più di 200 persone - si dividano: gli uomini accompagnano il corpo alla sepoltura, mentre le donne, molte delle quali indossano la kefiah, si uniscono alla mamma di Yahya per recarsi al campo santo in un secondo momento. Il feretro viene coperto da un cumulo di terra e sulla sepoltura è adagiata la bandiera palestinese. Accompagnata dagli abbracci delle altre donne della comunità, la mamma si accascia sulla tomba e, prima della preghiera ad Allah, si rivolge a Yahya: "So che non avevi paura di andartene", gli dice . Il momento è di grande tristezza, ma anche di denuncia: "Perché la storia di Yahya non venga strumentalizzata – spiegano alcuni attivisti del collettivo Giovani palestinesi, che si sono presi cura di lui nell’ultimo periodo –, ma serva a denunciare il genocidio in corso, che ha portato alla distruzione di tutte le strutture ospedaliere, e del blocco israeliano, che non ha permesso l’entrata di medicinali e di materiali utili al trattamento".