Con il suo obiettivo Manoocher Deghati ha non solo denunciato l’orrore delle guerre. Ha raccontato i processi di pace nell’America Centrale e in Medio Oriente. Lui stesso si considera un uomo di pace.
«Ma l’attacco a Teheran è davvero l’unico modo per far cadere il regime», dice il fotoreporter iraniano, due volte vincitore del World Press Photo. Esule dal 1985, cittadino francese, da tempo ha scelto di vivere in Puglia, in un «buen retiro» nelle campagne di Martina Franca, città che nel centro storico, da venerdì sino a fine agosto, ospita una sua personale en plein air, «Eyewitness: guerre e pace», dal tema del Festival della Valle d’Itria di quest’anno, per il quale la mostra è stata pensata (l’inaugurazione è alle ore 19). La compongono quaranta immagini dai campi di battaglia del pianeta, dall’Afghanistan all’Honduras, dal Sudan alla Bosnia. Ma la mostra include per metà anche momenti tratti da alcuni storici accordi di pace, inclusi quelli tra Arafat e Rabin. In più, c’è un’immagine della processione della Desolata a Canosa di Puglia, con quelle donne velate che tanto ricordano le prigioniere politiche di un’altra celebre istantanea di Deghati: foto che nel suo studio campeggia accanto al ritratto di un bambino-soldato iraniano.











