Nato nel Tarantino nel ’46, Francesco Pazienza si laurea in medicina ma il bisturi non è la sua strada. Sveglio, colto brillante, inizia la carriera prima in Francia e poi negli Stati Uniti. Nel 1979 si arruola nel Sismi che lascia due anni dopo in seguito al polverone sulla P2 e in contemporanea con l’affaire Cirillo, assessore democristiano della Campania, rapito dalle Brigate Rosse. Gestisce la trattativa e i contatti con la camorra e alla fine Cirillo viene liberato. Poco dopo finisce coinvolto nel crack del Banco Ambrosiano.
Imprenditore, agente segreto, faccendiere. Soprattutto faccendiere. Ché quella parola gli era stata cucita addosso: coniata appositamente per lui da Eugenio Scalfari, riferita al fatto che fosse una «modesta persona» e rivendicata pure sulla copertina del suo ultimo libro (La versione di Pazienza, Chiarelettere, 2022). È che Francesco Pazienza, morto ieri nell’ospedale di Sarzana, in provincia de La Spezia, a 79 anni, era uno di quegli uomini che i misteri d’Italia (al plurale) li ha vissuti in prima persona. Se non da protagonista, quasi. Una vita in chiaro scuro, la sua: nel senso che sui giornali c’è finito sì, e anche parecchio, ma è più quello che non ha fatto notizia che gli ha regalato un’esistenza come ce ne sono poche.










