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Negli Stati Uniti si sta giocando da una settimana il nuovo Mondiale per club, che per la prima volta adotta una formula a 32 squadre e che dovrebbe svolgersi ogni quattro anni. È un torneo nato fra molti problemi, per il fatto che aggiunge un bel po’ di partite a un calendario già molto fitto, con il rischio di uno stress fisico eccessivo per i giocatori, e poi per tutte le questioni economiche che gli stanno attorno: fin da subito ha avuto l’ambizione di essere un torneo ricchissimo, anche per invogliare le squadre più prestigiose a giocarci e a prenderlo sul serio, ma ha fatto molta fatica a trovare sponsor e a raggiungere gli obiettivi finanziari che la FIFA si era proposta.
Se dal punto di vista economico il Mondiale per club non sarà un fallimento, lo si deve soprattutto all’Arabia Saudita: i suoi grossi investimenti sono stati cruciali per coprire la carenza di partner internazionali della FIFA. L’Arabia Saudita sta spendendo ormai da tempo molti soldi negli sport, soprattutto nel calcio, per cercare di ripulire la propria immagine e guadagnarsi (o più che altro di comprarsi) la legittimazione internazionale, dal momento che è un paese autoritario che limita sistematicamente molte libertà e diritti.












