Che calcio si gioca nel resto del pianeta? Quanta differenza c’è fra l’Europa e gli altri continenti? È la grande sfida del Mondiale per Club, la nuova competizione lanciata dalla Fifa che prende il via nel weekend negli Stati Uniti. Cioè la scommessa, che però ha ragioni molto poco sportive e quasi esclusivamente economico-politiche, di Gianni Infantino, n.1 del pallone mondiale. L’idea è piuttosto semplice: un altro Mondiale, con gli stessi meccanismi e la stessa formula di quello tradizionale (prima della riforma a 48), ma stavolta con le squadre di club invece delle nazionali. Otto gironi da quattro, poi dagli ottavi scontri diretti fino alla finale. Mettere a confronto i campioni della nostra Champions League, contro quelli della Copa Libertadores sudamericana (il principio della vecchia, mitica Intercontinentale), ma anche di Usa, Africa, Asia, Arabia, Oceania, e poi tanti altri, con criteri di qualificazione invero non troppo trasparenti, per arrivare a 32 formazioni ed allungare il brodo. Il risultato è l’ennesimo grande evento da due miliardi di dollari che va a ingrossare il bilancio della Fifa, uno per il montepremi da record da distribuire ai partecipanti (l’unica ragione che ha convinto società e giocatori, non proprio entusiasti di ingolfare il calendario e compromettere la preparazione estiva). Se lo spirito fosse davvero quello di allargare a livello planetario la competizione, la nascita sarebbe anche lodevole. In realtà, le logiche del calcio moderno alimentate dallo stesso Infantino (che ha sposato i sauditi e strizza l’occhio all’entertainment americano), rendono impossibile tutto ciò, trasformando la manifestazione in un esperimento in provetta tentato solo per fare soldi.