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Sul trofeo che verrà dato alla squadra vincitrice del nuovo Mondiale per club, cominciato sabato notte negli Stati Uniti, c’è un’incisione che dice: «Siamo testimoni di una nuova era. L’era d’oro del calcio per club: l’era del Mondiale per Club FIFA. Il culmine di tutte le competizioni per club. Ispirato dal presidente della FIFA, Gianni Infantino». Il suo nome, con una smania di grandezza non comune neppure tra chi ha cariche di questo tipo, è inciso due volte sul trofeo (realizzato da Tiffany, la nota azienda di gioielli), perché c’è scritto pure «fondatore: Gianni Infantino».
La FIFA, l’organizzazione che regola il calcio a livello mondiale, e il suo onnipresente presidente Infantino stanno promuovendo il nuovo torneo come l’apice del calcio per club, una competizione imperdibile e necessaria, con le migliori squadre da tutto il mondo, in grado di dare una dimensione globale definitiva al calcio e continuare a farlo crescere. La realtà però è un po’ diversa.
Tralasciando il fatto che non ci sono alcune delle squadre più forti al mondo, come Liverpool e Barcellona, e ce ne sono altre molto meno attrezzate e blasonate (i semiprofessionisti dell’Auckland City, il Mamelodi Sundowns, ma pure il Salisburgo), in pochi hanno mostrato grande interesse verso il Mondiale per club. Per il momento la maggioranza lo percepisce come l’ennesima aggiunta a un calendario già saturo, un altro pezzetto nella corsa del calcio a un’utopistica crescita infinita (di partite, di pubblico, di guadagni). Nei mesi scorsi i club e addirittura i calciatori, attraverso organizzazioni sindacali come FIFPRO, hanno provato a opporsi al nuovo torneo, non riuscendo tuttavia a far fronte comune per far cambiare davvero i piani alla FIFA.














