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23 GIUGNO 2025

Ultimo aggiornamento: 8:00

Venerdì 6 giugno sono finite le lezioni: bambini, tutti in vacanza, che bello! Lunedì 9 giugno si ricomincia con la scuola estiva, spesso nelle stesse aule appena lasciate, trasformate sommariamente in baby-parking, spesso animati da ragazzi volenterosi e sottopagati. Da tempo i Comuni non se ne occupano più direttamente organizzando e gestendo il servizio; più semplice dire che, invece che “servizi sociali”, sono “servizi a domanda individuale” da appaltare al costo più basso e soprattutto da proporre solo a chi ne ha bisogno. Non è sempre stato così.

Finché il tema dell’educazione e dell’assistenza dei bambini e dei giovani ha prodotto “servizi sociali”, erano le istituzioni a farsi carico della loro costruzione, del mantenimento e del reperimento delle risorse economiche perché funzionassero al meglio. L’accesso – al di fuori dell’obbligo scolastico – era garantito a tutti perché rientrava fra gli obblighi dell’istituzione nei confronti dei loro cittadini. Questo fino al 1983, quando un decreto del Ministero dell’Interno, nell’ambito del riordino delle competenze e dei bilanci degli Enti Locali, individuò i servizi a domanda individuale separandoli dai servizi obbligatori e stabilendo che l’erogazione dei primi comportasse il pagamento di una tariffa e che il criterio della gestione dei servizi a domanda individuale fosse quello del pareggio fra costi e ricavi, questi ultimi prodotti dalle tariffe pagate, in tutto o in parte, dagli utenti: mense scolastiche, asili nido, colonie di vacanza, trasporti scolastici, servizi sportivi (perfino i servizi cimiteriali!), smisero di essere un diritto, diventarono “a pagamento”.