Se in Cirenaica un leader e interlocutore stabile c’è, ed è il generale Khalifa Haftar che governa l’est della Libia col sostegno del proprio clan, la Tripolitania sta diventando una torre di Babele nella quale Abdul Hamid Dbeibah, capo del governo riconosciuto dall’Italia e dall’Onu, è osservato con dubbio crescente dalla stessa comunità internazionale che sinora l’ha sostenuto. Lì, a ovest, sotto la sua giurisdizione, si sono fatti più violenti gli scontri tra le milizie armate, ci sono continue proteste in piazza e manifestazioni davanti alla sede del governo, alcuni ministri si sono dimessi. Dbeibah non appare in grado di controllare la situazione e i trafficanti di esseri umani hanno intensificato la loro attività, spesso in complicità con le stesse milizie responsabili del caos. Destinazione Italia, ovviamente.

Uno spettacolo dinanzi al quale il governo di Roma non può essere spettatore passivo. Motivo per cui, ieri pomeriggio, Giorgia Meloni ha convocato un vertice sulla “questione Libia” con Matteo Salvini e Antonio Tajani, e i ministri Guido Crosetto e Matteo Piantedosi (che si è collegato da Taormina).

Una preoccupazione che si aggiunge a quella sugli sviluppi della guerra in Iran, argomento del quale ieri la premier ha discusso a quattr’occhi col ministro degli Esteri a più riprese, tra villa Pamphili, dove è stato ospitato il vertice con i leader africani, e palazzo Chigi, dove i due si sono recati subito dopo. L’auspicio, nel governo, è che non si renda necessario un attacco militare da parte degli Stati Uniti, e per questo è stato accolto con sollievo l’annuncio di Donald Trump di “congelare” la decisione per due settimane.