Le tecnologie green cinesi sotto accusa. Lo scorso aprile, per la prima volta, la casa automobilistica cinese Byd ha venduto più veicoli elettrici “puri” in Europa di Tesla: 7231 unità contro 7165. È una notizia che racconta il brutto momento vissuto dall’azienda di Elon Musk, le cui dichiarazioni e avventure politiche stanno danneggiandone gli affari, ma che racconta soprattutto l’espansione internazionale della società cinese, che può fare leva sull’integrazione verticale e su prezzi competitivi. Byd offre la Seagull, una berlina a batteria, a circa 23.000 euro e ha intenzione di produrre localmente i suoi modelli con delle fabbriche in Ungheria, in Turchia e forse in Germania.Sulla carta, Byd può realizzare gli obiettivi della Commissione europea sulla mobilità elettrica: auto a zero emissioni, low cost quindi di massa, assemblate in Europa. Ma l’ascesa della società cinese è una minaccia alla sopravvivenza dei costruttori europei di veicoli e della filiera industriale associata; Bruxelles, inoltre, sta indagando sugli aiuti di stato che la Cina potrebbe averle fornito per lo stabilimento in Ungheria.Il Regno Unito ha paura dello spionaggio di BydI sussidi sleali, che distorcono la concorrenza e che hanno già indotto l’Unione ad applicare dazi sulle importazioni, non sono però l’unica insidia dell’automobile elettrica cinese: il governo del Regno Unito teme che questi veicoli possano trasformarsi in strumenti di spionaggio per conto del Partito comunista di Xi Jinping.Il ministero della Difesa britannico, infatti, ha vietato alle macchine elettriche contenenti tecnologia cinese di sostare nelle vicinanze delle basi militari e di altri siti rilevanti per la sicurezza nazionale. Come rivelato dal quotidiano The i Paper, il personale della base aerea Raf Wyton nel Cambridgeshire – uno dei principali centri di intelligence del Regno Unito – ha ricevuto l’obbligo di parcheggiare la propria auto elettrica ad almeno tre chilometri di distanza dalla struttura: i sensori della vettura potrebbero venire utilizzati per raccogliere informazioni sensibili e trasmetterle a Pechino.Il ministro di stato per la Difesa, Lord Coaker, ha confermato al parlamento che le restrizioni alle auto elettriche cinesi si applicano anche ad altre postazioni militari, come la zona di addestramento di Salisbury Plain, la più grande del paese. Ai gradi più alti delle forze armate, inoltre, è stato proibito di tenere conversazioni nei veicoli elettrici perché potrebbero venire registrate dalla casa produttrice.Le automobili di ultima generazione sono infatti dotate di un gran numero di camere, sensori, radar e sistemi di connettività a Internet. I dati raccolti tramite questi strumenti servono ai costruttori per ottimizzare le prestazioni della vettura (per migliorare l’utilizzo della batteria, ad esempio); ma considerato che in Cina la distinzione tra privato e pubblico è molto sfumata, non è possibile escludere che le informazioni vengano consegnate all’intelligence di Pechino.I rischi dell’eolico cinese, in Germania e in ItaliaL’auto elettrica non è l’unica “tecnologia pulita” cinese a nascondere una minaccia. Stando a un rapporto redatto dal think tank tedesco Gids su commissione del ministero della Difesa della Germania, le turbine eoliche made in China possono rappresentare un rischio alla sicurezza nazionale ed economica del paese. Pechino potrebbe infatti sfruttare i generatori installati dalle proprie aziende per raccogliere dati sensibili, oppure potrebbe decidere di disattivarli da remoto per sovvertire il sistema di generazione elettrica.“Quando si utilizzano sistemi o componenti di produttori cinesi”, spiega il Gids nello studio, “data la situazione politica, si può persino ipotizzare che un rallentamento [dei progetti eolici, ndr] o addirittura un’interruzione vengano utilizzati deliberatamente dalla Cina come un mezzo di pressione politica o addirittura come uno strumento di guerra economica”. Il rapporto invita allora le autorità tedesche a fermare la realizzazione di un parco eolico in mare – chiamato Waterkant, nella Germania nord-occidentale – dove verranno installate sedici turbine del gruppo cinese MingYang Smart Energy, una delle aziende più grandi del settore a livello globale.MingYang, peraltro, è presente anche in Italia: sono sue le dieci turbine che compongono l’impianto Beleolico di Renexia a Taranto, inaugurato nel 2022. Ad agosto di un anno fa, poi, MingYang ha firmato un memorandum d’intesa con Renexia sulla costruzione di turbine eoliche; sempre con Renexia, ha siglato lo scorso ottobre un contratto per la fornitura di diciotto generatori a un grande parco offshore in Sicilia, chiamato Med Wind.Sabotaggio solareI governi occidentali non dovrebbero badare solo al vento, ma anche al sole. Negli Stati Uniti le autorità hanno trovato infatti apparecchi di comunicazione sospetti – in quanto non segnalati nelle documentazioni tecniche dei prodotti – all’interno di alcuni inverter prodotti in Cina. Gli inverter sono dei dispositivi elettronici fondamentali per la connessione alla rete elettrica delle turbine eoliche e dei pannelli fotovoltaici: convertono la corrente e variano la frequenza della loro produzione energetica in modo da allinearla ai valori richiesti dal sistema.Non è strano che negli inverter ci siano degli apparecchi per l’accesso da remoto, necessario per consentire l’aggiornamento e la manutenzione del dispositivo; è strano invece che contengano dei componenti di comunicazione non segnalati. Di solito le società elettriche occidentali che utilizzano inverter cinesi installano dei firewall per bloccare eventuali traffici di rete verso la Cina. Queste misure di precauzione, però, potrebbero venire aggirate dai componenti sospetti con conseguenze gravissime: Pechino, cioè, potrebbe avere il potere di disattivare gli inverter da remoto o di modificarne le impostazioni, destabilizzando la rete elettrica e provocando grandi blackout.La Cina è nettamente la maggiore produttrice di inverter al mondo: l’azienda più importante del settore è Huawei, seguita da Sungrow, Ginlong Solis, Growatt e GoodWe, tutte con sede nella Repubblica popolare.Secondo lo European Solar Manufacturing Council, un’associazione di categoria, nell’Unione europea oltre 200 gigawatt di capacità produttiva di energia solare sono legati a inverter costruiti in Cina.
L’Europa ha paura che le tecnologie green cinesi ci possano spiare
Auto elettriche, pannelli solari, turbine eoliche. I governi europei hanno paura per la tenuta dell’industria locale, ma temono anche che i dispositivi cinesi possano trasformarsi in strumenti di spionaggio








