Da quando l’incongruenza è diventata una strategia politica? Qualcuno parla già di dottrina dell’incongruo, di un mondo fuori asse: sì certo, nella contraddizione si possono affinare le idee, ma l’incongruenza è altra cosa, è sfregio a ogni legame logico, è disordine cognitivo, è comportamento disfunzionale.

Parafrasando E. Cioran, possiamo dire che un tempo il passare da un’incongruenza a un’altra era una faccenda grave; oggi noi ne sperimentiamo così tante in una volta sola che non sappiamo più a quale dedicarci, né quale risolvere. Trump minaccia e dialoga, fa e disfa ogni giorno, figuriamoci in due settimane; Schlein è maestra del neneismo, un vaso di coccio tra Fratoianni e Conte; il M5S nasce da un’ambiguità ancora irrisolta; il governo è con l’Europa ma anche con Trump, paralizzato dalla paura dell’espansionismo russo e dal disimpegno americano…

Il politico incongruo è uno privo di visione o un fine stratega? Nella continua instabilità dei suoi atteggiamenti, si impone al centro del discorso ed è molto probabile che, a strascico, trovi consensi a destra e a manca. E dire che la politica dovrebbe esprimere un suono articolato e asciutto, perimetrare con cura il campo d’azione segnando i pericoli di sviluppi illogici, di scelte incoerenti.