Caro direttore, con più sentenze la Corte costituzionale ha stabilito la liceità del suicidio medicalmente assistito quando ricorrano le ben note quattro condizioni del malato (capacità di intendere e volere, patologia irreversibile, gravi sofferenze fisiche o psichiche, sopravvivenza grazie a trattamenti di sostegno vitale), a patto però che siano accertate in una struttura pubblica del Servizio sanitario nazionale previo parere del Comitato etico territorialmente competente. Meno noto è che con un recente intervento in sede istituzionale il presidente della competente Commissione del Senato si è espresso contro l'approvazione della legge sul fine vita, in quanto «il denaro pubblico non può essere speso per una prestazione che si traduca nel diritto di morire». Sta di fatto che ancora una volta ci si sottrae all'approvazione di una legge (la Regione Toscana ha già provveduto) che la stessa Corte considera necessaria. Non le pare che questo radicale contrasto meriterebbe un suo commento?
Giuseppe Rosin
Padova
Caro lettore,
risale a oltre 40 anni fa la prima proposta di legge presentata in parlamento su questo tema. A formularla fu il socialista Loris Fortuna, padre delle legge sull'aborto e sostenitore anche della liberalizzazione dell'eutanasia. Da allora tuttavia non è stato ancora possibile varare una legge che disciplini questa materia. Non è bastata neppure la inequivocabile sentenza della Corte Costituzionale del 2019 a convincere deputati e senatori ad affrontare il tema e a definirne finalmente l'inquadramento legislativo. Eppure il pronunciamento della Consulta era stato chiaro. Non riconosceva il diritto alla morte, ma stabiliva che l'aiuto al suicidio non era punibile ad alcune condizioni: una patologia irreversibile, la sofferenza intollerabile, la capacità della persona di prendere decisioni libere e consapevoli. Non è accaduto nulla. Di fatto il fine vita è un buco nero della legislazione italiana. Il suicidio medicalmente assistito è un diritto sancito dalla Corte Costituzionale, ma non è riconosciuto da nessuna legge dello Stato. Naturalmente è chiaro a tutti che stiamo parlando di un tema fortemente sensibile e divisivo sul piano etico e religioso. Su una questione così delicata sono legittimi tutti i dubbi e le obiezioni di coscienza. E ogni posizione merita rispetto. Ciò che non è ammissibile è l'inerzia e la fuga dalla proprie responsabilità di un Parlamento che dopo tanti anni non è ancora riuscito a trovare il modo di formulare una legge.











