Roberto Allievi sa di basket, è da una vita che se ne occupa, l’estate per lui è più fresca, aria di casa, il ritorno in serie A della sua Cantù è il passato glorioso che diventa presente e futuro. Il presidente Roberto Allievi è cresciuto bene, con il papà Aldo, creatore del fenomeno Cantù, dove negli anni 80 arrivavano gli inviati dei giornali americani per raccontare lo squadrone di questa cittadina brianzola che dominava in Italia e in Europa. Scrivevano con fantasia di «Cantucky». In quegli anni d’oro fanno e predicano pallacanestro (non a caso la Milano rivale e un po’ snob li chiama i «pretoni di Cantù») autentici maestri: sotto la paterna e affettuosa guida degli Allievi, creano campioni e talenti uomini come Taurisano e Bianchini in panchina, Morbelli, Corsolini e Arrigoni, manager dalla vasta cultura, non solo tecnica e sportiva.

Puff (non ciuff), finisce tutto, anni difficili, tristi, inizia la crisi, Cantù non è più lei, terra di campioni veri, dei Recalcati, dei Marzorati, dei Riva, dei Bosa, vive persino lo sbarco di avventurieri russi che con le loro strambe idee rischiano di far fallire tutto. Ma c’è sempre un Allievi, stavolta Roberto, che non sopporta di vedere finire male una storia così ricca, intensa, come quella di Cantù. «Sarei morto di crepacuore se Cantù fosse finita, come ha rischiato, in fallimento: quando i miei amici, che sono ancora accanto a me, mi hanno chiamato per riprendere in mano le redini della Pallacanestro Cantù, ho accettato la sfida. Un gruppo di imprenditori che ha risanato la società dal punto di vista economico e finanziario e gli ha dato un progetto sportivo». Sfida vinta dall’Acqua San Bernardo Cantù (sponsor fedele e amico), ai danni di Rimini, battuta sul campo. E non finisce qui: basta attendere, un annetto poco più, e la casa diventerà Arena, il nuovo palazzo dello sport di Cantù, basta col trasloco a Desio.