BELLUNO - Al terzo squillo di tromba, parte la carica di dinamite. Tre chili di esplosivo, un boato sordo, la nuvola di polvere: viene disintegrato così il primo dei sette massi ciclopici che la frana, scesa domenica sera dall’Antelao, ha disseminato lungo il versante che domina Borca di Cadore. Il paese è accoccolato laggiù, lungo l’Alemagna, in fondo al pendio. Intanto quassù a 1.300 metri di quota, nella piazza alta che sovrasta Cancia, il professore Nicola Casagli e l’assessore regionale Gianpaolo Bottacin vedono quello che dev’essere stato il film della colata: sullo schermo del Soccorso alpino, scorrono infatti in diretta le immagini girate dal drone, mentre sorvola il percorso variamente compiuto dai 60.000 metri cubi di rocce e fango che si sono fermati nelle vasche o nel canalone e dai 30.000 che sono rotolati fino in paese, coinvolgendo 24 case e bloccando la Statale 51.

«C'è un certo rischio residuo e bisogna tenere alta l'attenzione», dice l’ordinario di Geologia all’Università di Firenze nel corso del sopralluogo disposto dal Dipartimento nazionale della Protezione civile, in cui coordina il rischio geologico, concluso dall’annuncio che dopo il test di giovedì prossimo il sistema d’allarme non sarà più manuale bensì automatizzato.