VENEZIA - «Et acciocchè si havesse diligente governo ne tempi calamitosi di peste, vi crearono un priore con honesto salario, et vi costituirono serventi, medici et altre persone pronte per i servigi degli ammalati (...) fino a questo anno 1576. Il quale scrivendo noi le presenti cose habbiamo veduto per la horrenda peste di questo anno ripieno di ottomila persone infettate con gran danno et dolore dell'afflitta città». Così, Francesco Sansovino, letterato e studioso, figlio del più celebre Jacopo, ormai veneziano di adozione, raccontò l'«organizzazione» scelta da Venezia per far fronte all'emergenza della peste bubbonica tra il 1575 e il 1577, descrivendo le funzioni di un "lazzaretto" che già nell'ondata precedente della pestilenza (1348, la cosiddetta "Morte nera") aveva offerto, fin da subito, importanti garanzie di salubrità e di controllo sociale della malattia.

Fu, allora, un'intuizione che aiutò i veneziani a sopravvivere ad una vera ecatombe. E oggi, con la memoria ancora fresca dell'emergenza Covid nel mondo, con tutti i rischi e i drammi ancora molto presenti e vivi nella collettività, la Fondazione Giorgio Cini, a distanza di cinque anni da quegli eventi, ha deciso di avviare una riflessione sul rapporto tra "epidemie e democrazia": come le prime hanno influenzato e condizionato la vita di una società e di uno Stato che ha dovuto così far fronte alla calamità, anche con misure drastiche (pass, mascherine, distanziamento sociale) come è avvenuto alcuni anni fa. Lo ha spiegato bene il presidente della Fondazione, Gianfelice Rocca: «Diamo seguito - ha detto presentando l'esposizione nella sala del Longhena a San Giorgio - nel coniugare un'indagine scientifica sulle pestilenze con i dati umanistici che da queste derivano. Vogliamo cercare di ricostruire il passato. E allo stesso tempo avere gli strumenti necessari per "gestire" quelle fasi che hanno coinvolto recentemente tutti noi».