Ispirato a Fonzie o al Gladiatore, viene usato circa 160 miliardi di volte al giorno. Ma da dove arriva? Lo abbiamo chiesto a Martin Reeves, che su questo “bottone” ci ha scritto un libro
di Michele Neri
Datemi un like e solleverò il mondo. Piaccia o meno, non c’è nulla, nella storia di Internet, che abbia avuto conseguenze più grandi del gesto di premere il pulsante “mi piace”. Un atomo digitale che ha rivoluzionato come comunichiamo con gli altri, interagiamo, facciamo transazioni. Per trasformare l’ecosistema sono bastate due banali righe di programmazione che hanno replicato il più umano dei meccanismi e dei desideri: piacere e dire che qualcosa o qualcuno ci piace; e se ciò che scrivi e pubblichi mi piace, è perché sono come te (con il duplice significato inglese della parola). I cuori di Instagram o l’idea stessa dei follower non sono altro che conseguenze del medesimo concetto. Se oggi nessuno riesce a immaginare un mondo senza like (nel mondo pigiamo il tasto 160 miliardi di volte al giorno), più difficile è conoscere il suo destino e la sua origine, e chi la lega a Facebook sbaglia. La storia del pulsante più importante del web è stata ricostruita ora nel saggio Like: The Button That Changed the World (Harvard Business Review Press) da Martin Reeves, consulente di strategia aziendale, insieme all’amico e veterano della Silicon Valley Bob Goodson. Il quale, esattamente vent’anni fa tracciò su un foglietto di carta il prototipo di quel pollice alzato, diventato poi icona del comando più popolare di Internet. Abbiamo intervistato Reeves.







