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Così Valéry Larbaud e Léon-Paul Fargue raccontano la capitale nel primo '900

Valéry Larbaud e Léon-Paul Fargue avevano molte cose in comune: ancora ottocenteschi nell'abito e nel portamento, essendo nati nella seconda metà di quel secolo, incarnavano, ciascuno a suo modo, una certa idea di modernità novecentesca dove surrealismo e cosmopolitismo, ovvero una cultura di dimensioni europee, si mischiavano all'argot e alla sperimentazione letteraria. Si erano conosciuti poco più che ventenni, al funerale di Charles-Louis Philippe, l'autore di Bubu di Montparnasse, e da allora non si erano più lasciati: giornalisti e poeti, fondarono e diressero insieme una rivista, Commerce, in cui pubblicarono Joyce e Eliot, Rilke e Ungaretti. A unirli, oltre a una certa rassomiglianza fisica, entrambi calvi e atticciati dopo una giovinezza crinuta e bohémienne, e la comune passione per la letteratura come per la pittura e la fotografia, c'era però un elemento più impalpabile, anche se non per questo indefinibile, ovvero Parigi, una città e insieme la summa di ogni città, capitale universale delle arti e quindi mito.