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Francesco Fiorentino racconta l'esistenza frenetica del romanziere stacanovista
La giornata, lavorativa e no, di Balzac, era così scandita: scriveva da mezzanotte a mezzogiorno, poi usciva di casa e sbrigava affari, incombenze, incontri. Alle quattro del pomeriggio rientrava e tre volte alla settimana, prendeva un bagno, pranzava alle diciassette, alle diciotto spegneva la luce e dormiva sei ore filate. Le veglie notturne erano accompagnate da litri di caffè, che alla fine gli squassarono il fisico: a differenza di Alexandre Dumas, che, come un direttore d'orchestra, aveva i suoi negri che suonavano, ovvero scrivevano, per lui, Balzac faceva tutto da solo, in una clausura monacale di cui faceva fede anche la giacca da camera di flanella bianca a mo' di tonaca e con tasto di cappuccio di velluto viola, con cui sedeva allo scrittoio.
Le sue case in rue Cassini, fittata sotto falso nome, in rue Richelieu, presso il suo sarto, in rue Basse, in subaffitto, per citarne solo alcune, avevano doppi ingressi, parole d'ordine da pronunciare per essere introdotti, sentinelle prezzolate fra i giovani gavroche parigini per segnalare figure sospette: creditori, ufficiali giudiziari travestiti da postini, potenziali scocciatori. Era perseguitato dai debiti, Balzac: con gli amici, con i familiari, con gli editori, con i librai, con gli usurai. Aveva quel che si dice il bernoccolo per gli affari, ovvero un certo talento, si trattasse di aprire una stamperia a Parigi o sfruttare una miniera in Sardegna, ma la cronica mancanza di capitali lo spingeva a batter cassa dovunque e comunque e alla fine di ogni impresa la cassa risultava vuota.






