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Lo scrittore nel "Giornale di uno straniero" racconta illusioni e disillusioni nella Ville Lumière
Nel 1947 Curzio Malaparte pensò che la Francia fosse per lui meglio dell’Italia. Era a Parigi che, all’inizio degli anni Trenta, aveva trovato quella dimensione di scrittore europeo che da sola il suo Paese non era in grado di offrirgli.
Tecnique du coup d’état e Le bonhomme Lénine erano usciti proprio allora in Francia e in francese, vietati in Italia, ma anche in Germania, e al milieu intellettuale parigino il suo autore era sembrato una sorta di uccello esotico e dal piumaggio brillante, charmeur et flatteur , un nuovo d’Annunzio e però più moderno. Più che per un fascista, Malaparte era stato preso per un frondista, caustico e polemico nei giudizi e nei mots d’esprit di cui costellava le sue serate mondane, e del resto che quei suoi libri fossero stati proibiti in patria e in terra tedesca dava a quella distinzione una sua legittimità. L’essere stato arrestato al suo ritorno in Italia, nel 1933, fu per quel milieu la prova provata di aver avuto ragione, anche se nella sua parte più cosciente sapeva benissimo di avere comunque torto. Il problema era che nella Francia dell’epoca, più che un terribile morbo il fascismo era sembrato una morbida malattia, una sorta di droga pericolosa sì, ma seducente, eguale e contraria a quella comunista anch’essa di gran voga: era la repubblica democratica e parlamentare a non andare di moda, a incarnare la decadenza, a essere derisa e insieme combattuta. Che gli scrittori si chiamassero Gide, Nizan o Mauriac, Montherlant o Malraux, Morand o Bernanos, per non parlare di Drieu o di Aragon, nessuno avrebbe mosso un dito per salvarla...






