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Una manifestazione contro la violenza sulle donne

Volevano salvarla dalla loro stessa cultura, tenerla lontana da connazionali indiani e pachistani che ritenevano pericolosi e insegnarle a vivere come un’italiana. Ma per farlo, secondo l’accusa, avrebbero usato proprio quei metodi autoritari e violenti dai quali dicevano di volersi allontanare. È la storia di una ragazza oggi maggiorenne che ha denunciato il padre e la matrigna per anni di maltrattamenti subiti sin da quando aveva 12 anni. Oggi vive in una struttura protetta, lontana da Ravenna e lontana soprattutto da quei genitori che, a detta sua, hanno trasformato la promessa di una nuova vita in una prigione.

È il 2018 quando il padre decide di lasciare l’India e portare in Italia la figlia e uno dei figli maschi. A suo dire, nel loro Paese non voleva più stare. La cultura occidentale, racconta la ragazza in tribunale, lo affascinava: le libertà individuali, il lavoro, l’educazione. Eppure, una volta arrivata in Emilia-Romagna, la figlia scopre che il trasferimento ha solo cambiato lo sfondo, non le regole del gioco. Racconta che le è stato vietato di frequentare ragazzi — soprattutto indiani e pachistani —, le hanno tolto il cellulare, le hanno impedito di iscriversi alle superiori e l’hanno costretta a lavorare. Quando era troppo stanca per occuparsi della casa, veniva rimproverata. Doveva badare ai fratelli, cucinare, pulire. Usciva solo per andare a lavorare o alla scuola guida.