Una ricerca italiana rivela che politiche non discriminatorie agiscono sulle emozioni che, a loro volta, influenzano il benessere di tutti i lavoratori, non solo di quelli LGBTQIA+
Stefania Medetti
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L’inclusione LGBTQIA+ fa bene, ma non solo ai destinatari “diretti” di queste misure, perché anche i lavoratori eterosessuali cisgender beneficiano degli effetti di un clima rispettoso, aperto e non discriminatorio verso la comunità LGBTQIA+. La scoperta deriva da un nuova ricerca firmata dal Dipartimento di Psicologia dell’Università la Sapienza di Roma che, per la prima volta, ha messo in relazione l’inclusione e il benessere di tutti i lavoratori dimostrando come un effetto positivo allargato a tutta l’organizzazione. “È importante precisare che questa ricerca non nasce dalla volontà di “spostare il focus” dalle persone LGBTQIA+ ai lavoratori eterosessuali cisgender, ma - al contrario - rafforza l’argomento a favore dell’inclusione, mostrando che essa non è un favore concesso a pochi, ma un vantaggio concreto per tutti”, spiega il dottor Stefano Isolani, post-doc researcher e membro del Laboratorio di Psicometria e Psicologia del Lavoro presso l’università romana che ha ideato e condotto la ricerca basata su campione eterogeneo di lavoratori eterosessuali con un’età media di 40 anni (pur non rappresentativo a livello statistico), provenienti da settori pubblici e privati e con oltre 12 anni di anzianità media nella stessa azienda, sinonimo di “fedeltà” professionale. I rispondenti, inoltre, erano a conoscenza di almeno una persona LGBTQIA+ all’interno del proprio gruppo di lavoro. “Questo campione ci ha permesso di osservare come la percezione del clima inclusivo si manifesti in ambienti anche molto diversi tra loro, per cultura, struttura e dinamiche interne”.






