di Claudio Carli

In un’epoca in cui la sfiducia nelle istituzioni sembra essere diventata il sentimento dominante, è urgente riscoprire il significato autentico di “pubblico” e ridefinire il rapporto tra Stato, cittadini e privati. La Nazione, nella sua accezione più nobile, non è un’entità astratta, né tantomeno un semplice contenitore di interessi individuali: è una comunità di destino, un patto sociale in cui il bene comune prevale sulle convenienze di parte. Ed è proprio da questa convinzione che nasce la necessità di un cambio di paradigma radicale.

Il pubblico non è “di nessuno”, come spesso si sente dire con rassegnazione, ma è di tutti. E, come tale, tutti hanno il dovere di prendersene cura, contribuendo al suo funzionamento con le risorse e le competenze di cui dispongono. È un principio che dovrebbe essere scolpito nella coscienza civile di ogni cittadino: il patrimonio pubblico – che si tratti di sanità, istruzione, infrastrutture o servizi essenziali – è la base su cui si fonda la coesione sociale e il progresso collettivo.

Tuttavia, la realtà quotidiana ci restituisce spesso un’immagine distorta: quella di uno Stato percepito come un’entità distante, inefficiente, talvolta ostile, in cui il privato – sia esso cittadino o impresa – si sente legittimato a “prendere” senza sentire il dovere di “dare”. È una visione miope, che alimenta il circolo vizioso della disaffezione e dell’inefficienza. Chi amministra lo Stato non dovrebbe essere un “privato” travestito da pubblico, mosso da interessi personali nei settori che è chiamato a gestire. Al contrario, l’amministratore pubblico dovrebbe essere il garante dell’equilibrio tra i diversi attori della società, colui che assicura che tutti – cittadini, imprese, associazioni – partecipino attivamente al buon funzionamento della cosa pubblica.