Non bisogna essere marxisti, leninisti o maoisti, tutte cose peraltro molto auspicabili, per capire che esiste un nesso indissolubile tra il destino della classe lavoratrice italiana e quello della Repubblica che è per l’appunto fondata sul lavoro, secondo il chiaro e indiscutibile dettato del primo articolo della sua Costituzione.
Simul stabunt, simul cadunt. Se affonda l’una, affonda anche l’altra, a meno di non ritenere che a difenderla possano essere faccendieri, politicanti più o meno corrotti, imprenditori che campano sullo sfruttamento e tutto il bestiario di parassiti che alligna spudoratamente nella seconda come nella prima Repubblica e sulle cui poco apprezzabili imprese il Fatto ci informa quotidianamente. Ciò equivale a dire che il conflitto di classe è il sale della nostra democrazia e tenerlo vivo significa salvaguardare e alimentare la necessaria ed effettiva partecipazione di lavoratori e lavoratrici “all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3 della Costituzione).
Ciò sia di monito a sindacati vecchi e nuovi, considerando specialmente il fatto che i primi non sempre sono stati all’altezza del loro compito, dando vita purtroppo nel corso degli anni a politiche di moderazione salariale e su altri temi che hanno rappresentato una vera e propria deplorevole autocastrazione, magari in cambio di qualche discutibile privilegio per i propri dirigenti.







