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Ultimo aggiornamento: 18:46
“Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?”. Passare da Shakespeare al duo Meloni-Calderone distrugge ogni poesia e farà rivoltare il buon William nella tomba, ma in effetti se chiamiamo con altro nome – “decreto lavoro” – quel provvedimento varato il 1 maggio che prevede soprattutto sussidi alle aziende non lo fa cessare di essere un “decreto imprese”.
“Un decreto da quasi un miliardo”, afferma Meloni. Quanti di questi finiranno nelle tasche dei lavoratori? Zero. Quanti in quelle delle imprese? Praticamente tutti. Per lo più per rinnovare bonus – giovani, donne, ZES – che già esistono nella sostanza da decenni e che un boom di buona occupazione e salari dignitosi non l’hanno mai prodotto. Sapete però cosa hanno prodotto? Più soldi pubblici per i portafogli privati delle aziende. Strano esito, quando letteralmente regali soldi alle imprese. Eccolo il vero Sussidistan che esiste in Italia.
Mercoledì 28 aprile l’Istat ha certificato un fenomeno che chi vive quaggiù sulla terra e non in qualche ministero conosce benissimo: i lavoratori e le lavoratrici in questa “nazione”, come piace definirla a Giorgia & Co., si sono impoveriti. Addirittura -7,8% tra il 2021 e il 2025, frutto della differenza tra l’aumento nominale nelle buste paga e il boom dei prezzi nello stesso periodo. Ma niente, nemmeno di fronte a questa catastrofe – per i lavoratori e le lavoratrici, perché c’è sempre chi ci guadagna; vi do un indizio: andate a verificare gli utili di banche, imprese belliche, dell’energia, della logistica, delle assicurazioni – l’ultradestra ha cambiato idea sul salario minimo. E infatti nel “decreto imprese” non c’è traccia.














