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Ultimo aggiornamento: 7:40
La sanità pubblica italiana sta affrontando una delle sfide più complesse della sua storia. L’articolo 32 della Costituzione stabilisce che la salute è un diritto fondamentale, sia individuale sia collettivo. Tuttavia, negli ultimi decenni, questa tutela è stata messa alla prova da tagli, frammentazioni regionali e dall’aumento progressivo del ruolo del privato. Oggi, chi può permetterselo accede a cure più rapide e complete, mentre chi non ha mezzi economici spesso si trova a dover aspettare settimane o mesi per prestazioni essenziali.
Le liste d’attesa sono uno dei simboli più chiari di questa deriva. Strumento nato per organizzare l’accesso alle cure pubbliche, spesso sono diventate un mezzo per incentivare il ricorso alle strutture private. Molti pazienti si trovano di fronte a scelte difficili: attendere mesi per una visita o pagare di tasca propria per accelerare le cure. È un meccanismo che accentua le disuguaglianze sociali e mette in discussione l’idea stessa di sanità universale.
Il problema non riguarda solo chi deve affrontare lunghe attese, ma anche la gestione dei servizi pubblici. La pandemia da Covid-19 ha mostrato con chiarezza le fragilità del sistema: ospedali sovraffollati, carenza di personale e dispositivi insufficienti. Eppure, proprio durante l’emergenza, molti operatori sanitari hanno dimostrato resilienza straordinaria, garantendo cure e supporto a milioni di cittadini. Questo doppio volto – fragilità strutturale e forza umana – evidenzia che il problema non è il pubblico in sé, ma come viene organizzato e finanziato.






