Il Cile si trova oggi al centro di una svolta politica e culturale senza precedenti: nel maggio 2025, il governo di Gabriel Boric ha presentato al Congresso un disegno di legge per legalizzare l’aborto volontario fino alla 14ª settimana di gestazione, senza doverne giustificare le ragioni. Una proposta storica per un Paese che, fino al 2017, criminalizzava l’interruzione di gravidanza in qualsiasi circostanza e che oggi la consente solo in tre casi: pericolo di vita per la gestante, stupro o malformazione fetale letale.

Dietro questa proposta legislativa si cela una realtà ancora drammaticamente segnata dalla criminalizzazione. Tra il 2012 e il 2022, secondo i dati della campagna “Podría Ser Yo: Por Una Salud Sin Miedos”, 444 persone sono state perseguitate penalmente per aborto in Cile, e in circa il 10% dei casi si trattava di aborti spontanei. Le denunce, spesso, arrivano dal personale sanitario stesso, che tradisce così il mandato etico della cura. Le persone colpite sono per lo più giovani donne, studentesse, lavoratrici precarie, prive di accesso a informazioni affidabili, assistenza legale o supporto sanitario.

Nel giugno 2025, le autorità cilene hanno sequestrato il più grande carico mai registrato di Misotrol, un farmaco utilizzato per abortire, introdotto illegalmente dal Perù. Le 1.800 compresse erano destinate al mercato nero, testimoniando l’esistenza di un sistema parallelo di accesso all’aborto, insicuro e non regolato. Secondo El País, ogni anno in Cile si effettuano tra i 30.000 e 150.000 aborti clandestini, senza supervisione medica, spesso in solitudine, con farmaci acquistati online e in condizioni sanitarie precarie.