In Argentina è sempre più difficile abortire. Da quando si è insediato il governo del presidente Javier Milei, sono aumentate le barriere che ostacolano l’accesso all’interruzione volontaria della gravidanza. Nel Paese diventato un punto di riferimento internazionale in materia di salute sessuale e riproduttiva si sta verificando una “crescente regressione” nella tutela dei diritti delle donne, secondo quanto documentato da Amnesty International in un recente rapporto.

Approvata nel dicembre 2020, la Ley 27.610 riconosce e tutela il diritto a interrompere volontariamente la gravidanza fino alla 14esima settimana inclusa, senza dover fornire una motivazione. Dopo questo termine, l’IVG è consentita soltanto nei casi in cui la gravidanza è conseguenza di una violenza sessuale oppure quando sono in pericolo la vita o la salute della persona gestante. La legge obbliga il sistema sanitario pubblico a garantire la procedura in modo gratuito e sicuro. Tutela la riservatezza e stabilisce il diritto a ricevere cure anche in caso di aborto già avvenuto. Inoltre disciplina l’obiezione di coscienza del personale sanitario, prevedendo che non possa impedire di usufruire del servizio.

Nei primi anni della sua attuazione, la legge ha contribuito a rafforzare gli obblighi dello Stato nella garanzia del diritto all’aborto in condizioni di qualità, gratuità e trattamento dignitoso. Come documentato da Amnesty International e da altre organizzazioni in difesa dei diritti delle donne, la normativa ha permesso di ottenere risultati significativi come il rafforzamento dei team sanitari e delle strutture che garantiscono la pratica, oltre allo sviluppo di politiche pubbliche di accompagnamento e informazione.