Rino ha un ricordo, il Mondiale 82: il mondo visto dalle spalle di papà, sul lungomare di Schiavonea, un brulicare di bandiere tricolori e maglie azzurre. Rino ha una Coppa, il Mondiale 2006: l’ha alzata a Berlino in una notte magica, coronamento di una carriera magnifica spesa per lo più in rossonero.
Rino ha una missione, il Mondiale 2026: risollevare l’Italia e condurla al grande evento di Usa, Messico e Canada, regalare l’emozione delle sfide con Brasile e Argentia agli adolescenti che non hanno ricordo. Siamo stati estromessi dalla Russia e dal Qatar, la terza esclusione sarebbe un’onta e per questo, sollevato dall’incarico Spalletti, la Figc ha scelto un uomo che ha l’azzurro dentro, in grado di insegnare il valore, l’orgoglio della maglia e non solo tattica. Attenzione, però, a non ridurre Rino a sola grinta. Le sue squadre giocano bene, lo dicono i suoi maestri e i suoi colleghi, se i risultati non sempre hanno sorriso è perché ha vissuto sovente esperienze complicatissime, a livello societario più che tecnico, dalle quali è comunque uscito sempre a testa alta, svelando grandi doti di gestione e di generosità, bravissimo a tenere uniti gruppi di calciatori minati nella serenità e nel futuro. Ecco perché è l’uomo giusto in quest’Italia travolta dalla crisi di risultati e d’identità, a volte vissuta se non come peso come impegno fra tanti e non come un onore. Spiegherà Rino cosa vuol dire, magari ricordando quando un infortunio alla vigilia del 2006 lo portò a “minacciare” Lippi di incatenarsi al pullman. Partì e sollevò la Coppa. Ora ci aiuta a sognarne un’altra o almeno a partecipare per coltivare quel sogno.











