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Ultimo aggiornamento: 17:02

In Iran si innalzano le bandiere rosse. Non quelle che segnalano un’allerta, ormai ampiamente in corso sin dall’inizio degli attacchi israeliani della scorsa notte, ma quelle che nell’escatologia sciita segnalano il desiderio di “vendetta“. È la quarta volta, la prima era stata dopo l’assassinio del generale Soleimani nel 2020, la seconda dopo gli attacchi terroristici a Kerman nel 2024, la terza dopo l’assassinio di Ismail Haniyeh a Teheran.

Una vendetta di cui non si conoscono la possibile entità né le tempistiche né la localizzazione, ma che dovrà comunque passare attraverso una accurata valutazione dei danni prodotti in Iran da Israele. Che non sono pochi, a cominciare dalle difese aeree, da almeno un impianto di stoccaggio di missili balistici e dalle infrastrutture nucleari, tutte colpite (tranne l’impianto sotterraneo di Fordow e un altro vicino a Esfahan), alcune in modo pesante, a cominciare da quella di Natanz. Secondo l’agenzia Fars, mentre si scrive sono 78 le vittime totali, e circa 300 i feriti.

Sono però gli assassinii di una serie di personalità militari, scientifiche, politiche e diplomatiche a costituire un durissimo colpo ai vertici della Repubblica islamica. Secondo fonti citate dall’agenzia Reuters, il bilancio delle vittime illustri – ancora provvisorio essendo gli attacchi ancora in corso e avendo Netanyahu dichiarato che dureranno “alcuni giorni” – è di una ventina di comandanti e generali dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc), dell’Aeronautica, delle Forze Aeree, più una manciata di scienziati nucleari, come lo stesso ex capo dell’Agenzia per l’Energia atomica, e uno dei principali consiglieri della Guida Suprema Ali Khamenei.