"L’Italia è il paese che amo». Con queste parole scandite con sapiente semplicità, il 24 gennaio 1994 Silvio Berlusconi annuncio agli italiani dagli schermi televisivi la sua “discesa in campo”, come la chiamò con efficace metafora calcistica (“Forza Italia” si chiamò, d’altronde, il suo partito). Da allora nulla fu più come prima in politica se non nella società italiana (quest’ultima era infatti già molto cambiata e Berlusconi fu il primo ad accorgersene). Nulla fu come prima nei discorsi dei politici: il Cavaliere parlava un italiano correttissimo ma sapeva farsi capire da tutti, parlava dei problemi concreti che stavano più a cuore alla gente qualunque e rifuggiva dai barocchismi gergali e dai voli pindarici nei ceti dell’astrazione.
Amava veramente il suo popolo perché nei suoi confronti non si poneva in quell’atteggiamento di superiorità che è di chi pretende di educarlo per farlo diventare altro da quello che è, con i suoi difetti ma anche con i suoi innumerevoli pregi. Non amava i vecchi intellettuali di regime, più o meno opportunisti, ma aveva una sensibilità unica per la cultura, quella vera e senza autocompiacimenti di chi ha speso con umiltà la vita sui libri per amor di sapere. Amò perciò circondarsi da subito dei cosiddetti “professori”, uomini di cultura fino allora allergici alle ideologie patrie e perciò messi in disparte dalle camarille che contano. Esaltò le virtù borghesi di chi come lui si è fatto da sé e non ha preteso dallo Stato o dagli altri sussidi o sussistenze. In una parola: annunciò una “rivoluzione liberale” nel Paese in cui avevano trionfato le opposte ideologie e ove prima che chi sei conta a chi appartieni.













