Nel 1994, oltre trent’anni fa, ho seguito per il Corriere la Conferenza Onu sulla popolazione e lo sviluppo al Cairo. Giornate infuocate, dal 5 al 13 settembre. Non solo per il meteo. In cima all’agenda dei 179 Stati rappresentati c’era “il controllo demografico”. Si scontrarono due visioni del futuro: da una parte chi sosteneva, con proiezioni statistiche minacciose, che la sovrappopolazione esponenziale avrebbe schiantato la qualità della vita tra i più poveri e non solo; dall’altra chi – in prima linea Chiesa cattolica e mondo islamico, alleati – negava la necessità di imprimere una frenata “a fin di bene” universale.
Da allora la natalità, che nel frattempo è diventata la de-natalità, è rimasta in cima anche alla mia agenda personale. Mi ha sempre colpito quanto poco si riuscisse – si riesca – a ragionare insieme sulle cause del crollo degli indici di fertilità, dall’Italia alla Sud Corea, dal Maghreb all’America Latina. Un duello tra scuole di pensiero, politicamente orientate, si ripropone estenuante. A sinistra l’argomento principale per spiegare la sempre minore propensione a “fare figli” è la mancanza di welfare e investimenti attorno alle donne. L’obiezione è che succede pure in Scandinavia, cioè negli Stati più vicini all’equità. A destra il declino viene invece ascritto al modello liberal-progressista che spinge le donne a rifuggire la maternità in nome della propria emancipazione. L’obiezione qui è che succede anche in Paesi “conservatori” come l’Egitto o la Tunisia.







