Piero Guccione amava il mare umorale della provincia di Ragusa. Per tutta la vita lo ha dipinto cercando di catturare a volte la sua pacata immobilità, altre la sua rabbia fragorosa, come si può osservare nei suoi splendidi oli esposti nelle nuove Stanze di Piero, a Scicli dove ha appena inaugurato anche il Museo di Arte Contemporanea del Carmine. Non c’era giorno in cui non andasse a passeggiare sulla spiaggia di Sampieri, due chilometri fino alla vecchia fornace del Pisciotto con la canna fumaria ormai dimezzata. Gli altri pittori del Gruppo di Scicli, di cui lui era caposcuola con Franco Sarnari, preferivano dipingere la campagna. Quella campagna che in primavera è di un verde esuberante e in estate pennella di oro l’entroterra. Giallo, ocra, marrone, siepi di fichi d’India, mandorli e carrubi dai tronchi contorti che spuntano da quella terra arsa come anime disperate. Cortili, terrazze assolate, porte chiuse fino alle otto di sera, quando la luce dà finalmente una tregua e lascia uno spiraglio al fresco. In quei dipinti sembra di sentire il profumo dei gelsomini e il frinire delle cicale tanto sono veri.

L’entroterra siciliano è misterioso, un capolavoro della natura e dell’uomo che ha tracciato i confini con i muretti a secco, e ogni appezzamento è una storia di piccoli produttori e latifondi nobiliari, dove nascono formaggi e ricotte, salumi e salsicce, olio e vino da medaglia d’oro. Sembra che la bella addormentata si sia finalmente svegliata dopo secoli e abbia improvvisamente voglia di raccontare le sue storie.