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Dimenticato, in cima a uno scaffale che non viene più nemmeno spolverato, c’è a casa mia un raccoglitore rosso. Lo tiro giù, lo spolvero, lo apro. La roba dentro è un po’ ingiallita: disegnini, dediche, fotocopie di temi e poesie in tutte le possibili variazioni della lingua italiana, foto di gite scolastiche in cui una giovanissima me sorride in mezzo a gruppi di ragazzi che oggi sono laureati, lavorano, in Italia o chissà dove, hanno fatto dei figli (ebbene sì). Eppure mi sembra la vita di un’altra: non ricordo quasi nulla, i volti riaffiorano e si confondono. C’è una grande dimenticanza che avvolge questi quasi vent’anni.

Una volta ci tenevo molto a conservare i ricordi, li coltivavo. Cos’è cambiato in questi anni? Forse è cambiata la mia versione della memoria, forse sono cambiata io, che mi chiedo cosa resti nella mia vita dei ragazzi che ho incrociato, del tempo che ho passato con loro. E noi insegnanti: restiamo nella loro memoria? O evaporiamo?

C’è stato un tempo in cui con altre colleghe ci scambiavamo ricordini da prof come figurine. Eravamo abbagliate dalla bellezza di quello che leggevamo, di quello che vedevamo. Io lavoravo con ragazzi disabili, tra l’altro. Davanti a una Peroni in orario appena accettabile, dalle 17 in poi, un’amica che lavorava a scuola come me mi leggeva pezzi delle lettere del suo alunno afghano, scritte per esercizio, senza poterle spedire a nessuno. Lo struggimento delle sue parole, che leggo adesso dopo averle estratte dal raccoglitore rosso, è indimenticabile, eppure lo avevo dimenticato.