«Di più non potevano fare», disse il mitico Tony Langkilde, il commissario tecnico della nazionale delle Samoa Americane sperdute nel Pacifico a 4.180 chilometri dalle isole Hawaii a loro volta sperdute a 3.900 chilometri dalla California. Certo, aveva perso 31-0 (record di tutti i tempi) nella partita di qualificazione ai Mondiali del 2002 contro l’Australia, il cui bomber Archie Thompson era riuscito a segnare 13 gol (uno ogni 7 minuti scarsi) destinati a restare nella storia del football. Ma come poteva quel povero allenatore reggere l’urto degli australiani con una squadra di ragazzini raccattata tra quelli che quel giorno potevano assentarsi da scuola? Va da sé che non pensò neppure alle dimissioni. E ci volle un decennio perché la sua nazionale, coltivata da un allenatore olandese che si era preso lo sfizio di andare a vivere «laggiù nel paese dei tropici / dove il sole è più sole che qua» (copyright Dalla-De Gregori), si riscattasse da dieci ultimi posti consecutivi nel ranking planetario dello sport più amato del mondo per salire al penultimo. Wow!
Autocritiche, perché mai?
Perché mai stupirsi se Luciano Spalletti ha spiegato che no, se proprio non gli fossero state imposte, lui non avrebbe dato le dimissioni per la disastrosa sconfitta per 3-0 in Norvegia dopo una serie di gare mediocri o pessime? O se Maurizio Landini, a chi gli chiedeva se avesse ipotizzato di dare le dimissioni dopo la botta referendaria ha risposto testuale «non ci penso proprio»?












