«Luciano così non è possibile andare avanti, a ogni piccolo errore ti criticano. Basta un calcio d’angolo sbagliato e ti saltano addosso». È quasi la mezzanotte di sabato. Coverciano, il tempio della Nazionale, è buio e silenzioso. I giocatori sono in camera. Gravina e Spalletti continuano a parlare. Non fanno altro da quando la Norvegia ci ha umiliati. Si erano appartati brevemente già nella pancia dell’ Ullevaal stadion, poi hanno proseguito i discorsi sull’aereo verso Firenze, infine la mattina appena svegli, sospesi tra incredulità e paura di un nuovo fallimento. Mezzanotte è l’ora dell’ultimo ribaltone. Spalletti vuole andare avanti, Gravina dice di no. Neppure la partita con la Moldova può cambiare una decisione già presa. Così il presidente compie l’accelerazione decisiva, inutile aspettare: devi andare via. Esonero. E risoluzione consensuale. Perché Spalletti lascia un anno di stipendio.
Sul campo le cose non hanno funzionato, ma l’uscita di scena dell’allenatore di Certaldo è di grande dignità. Rinuncia ai soldi e pretende di raccontare subito la verità. Niente bugie e niente sotterfugi. Trasparenza per allentare la tensione sulla Nazionale. Gravina, per rispetto e forse a malincuore, accetta. Nei piani federali l’annuncio sarebbe dovuto arrivare dopo la partita di Reggio Emilia. Ma Spalletti è irremovibile. Vuole raccontare, spiegare, assumersi le sue responsabilità. Così a Parma, durante il festival della Lega di serie A, il presidente federale omette la verità, lasciando al suo allenatore l’onore delle armi.











