LONDRA. Sei anni e mezzo fa assistevamo alla caduta del Muro di Berlino - un avvenimento che pochi fra noi avrebbero immaginato di vedere. Folle di persone da entrambe le metà della città, giovani e vecchi, improvvisamente immuni dalla paura dei carriarmati e della polizia politica della Germania Est, marciarono sul simbolo dell'oppressione e della ferocia e semplicemente lo spazzarono a colpi di sbarre di ferro, o usando le mani nude. Nel giro di qualche settimana i dittatori dell'Europa orientale, prima così temibili, si rivelarono come vecchi uomini sradicati, tremebondi e pallidi di fifa, imploranti pietà. Prima i Paesi satelliti, poi la stessa Unione Sovietica furono scossi, si spaccarono e vennero distrutti. La guerra fredda era finita. Era del tutto naturale per molti occidentali - che vivevano all'ombra della Bomba, sotto la costante minaccia dell'enorme Armata rossa incombente sulla pianura tedesca, abituati alle facce da lucertola allineate sopra al mausoleo Lenin - abbandonarsi a un senso di euforia. «Adesso - dicevamo a noi stessi - tutto sarà diverso. Comincia un'era di pace, stabilità e fiducia reciproca». Pensieri beati, ma questo è un mondo imperfetto. Lo era allora, lo sarà sempre.
Forsyth, eterna spy-story: perché l'Intelligence non morirà mai
Ripubblichiamo un testo del 1996 dello scrittore scomparso














