Dell’appena scomparso Frederick Forsyth molti conoscono i romanzi e le spy -stories più famose: da Il giorno dello sciacallo a Dossier Odessa, passando per I mastini della guerra e almeno una dozzina di altre opere imperdibili, caratterizzate da uno stile essenziale, senza fronzoli.

Mi permetto di suggerire – per riscoprirlo o per iniziare a conoscerlo – anche la sua autobiografia (The Outsider, pubblicata in Italia da Mondadori), significativamente dotata, come sottotitolo originale, della formula La mia vita nell’intrigo (l’edizione italiana ha scelto la formula più neutra Il romanzo della mia vita). «Keep it simple», «falla semplice», è la costante raccomandazione di Forsyth a chi scrive: bisogna per prima cosa raccontare una storia, non divagare o elucubrare troppo.

Tra l’altro, quel che è meno noto, almeno in Italia, è il suo lungo lavoro come giornalista: prima alla Reuters, poi alla Bbc, come inviato anche in luoghi caldissimi, come vedremo tra poco. E anche con esperienze e sentimenti molto diversi, in termini di soddisfazione professionale: più a proprio agio nella meritocratica Reuters, più insofferente rispetto alla politicizzazione della Bbc. Quello che era invece del tutto sconosciuto, fino a prima di quel libro, era l’esperienza di Forsyth come collaboratore della “Ditta”, di “The Firm”, come la chiama lui, cioè dell’MI6, dei servizi segreti inglesi. Anche a questa rivelazione, nel quadro del racconto dei suoi decenni di vita e carriera, Forsyth ha dedicato il lavoro autobiografico di cui vorrei parlarvi.