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Quest’anno le finali di NBA (il campionato di basket nordamericano e il più importante al mondo) si giocano per la prima volta tra due squadre – gli Oklahoma City Thunder e gli Indiana Pacers – che non pagano la luxury tax, la tassa introdotta nel 2002 per le franchigie che spendono per i propri giocatori oltre il limite imposto dalla lega; e sarà anche la finale da cui uscirà la squadra campione di NBA più giovane degli ultimi 48 anni (sono sull’1-1 in questo momento e si gioca al meglio delle 7 partite).
Sono dati eccezionali, che mettono in discussione l’idea – molto radicata in NBA fino a qualche anno fa – che il modo migliore per vincere il campionato sia investire soprattutto sui giocatori definiti “superstar”, quelli più forti ed esperti, che le squadre spesso comprano a cifre molto alte o, quando hanno un po’ più di fortuna, fanno crescere dopo averli selezionati tra le primissime scelte del draft (l’evento annuale in cui le squadre di NBA selezionano nuovi giocatori dal campionato universitario statunitense o dai campionati stranieri).
Un caso esemplare di questa tendenza furono le finali di NBA del 2012 tra Oklahoma City Thunder e Miami Heat, entrambe con un trio notevole di “superstar”, quelli che vengono chiamati “big three”, i tre grandi: il primo formato da Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden, il secondo dai più affermati Dwyane Wade, LeBron James e Chris Bosh. Vinse Miami, che poi avrebbe vinto anche l’anno dopo contro i San Antonio Spurs.














