Saba camminava molto. Era alto, piuttosto prestante, soprattutto da giovane. All’epoca della poesia che ho recitato nella videolezione, Trieste (1910), faceva a piedi tutta la ripidissima salita di via del Monte, su su fino a casa. In quegli anni lui e la moglie Lina abitavano sulla collina di Montebello, mi capita spesso di passarci. Ora ci sono diversi condomini, un supermercato, una scuola, ma non è difficile immaginarsi cos’era quel posto ai primi del Novecento, una bella altura in aperta campagna da cui si dominava la città. Sotto c’era già l’ippodromo, inaugurato nel 1892, e in fondo si vedeva il blu del mare. È un paesaggio bucolico che spiega, almeno in parte, la suggestione di Saba per gli animali, per la loro somiglianza ai caratteri umani e, anche sì, per la comunanza col nostro destino. Pensiamo alla Capra, l’altra poesia che ho recitato nel video.
Umberto Saba: la lezione di Mauro Covacich | Le lezioni del Corriere
Un ritratto vivido e intimo del poeta triestino, dal legame controverso con la sua città all’onestà poetica, passando per l’amore, la musica e lo sfogo liberatorio che è stato il suo romanzo «Ernesto»






