In un magistrale romanzo del 1991, Il dolce domani, Russell Banks si domandava implicitamente: che fine hanno fatto i bambini? Come può sopravvivere il mondo alla loro scomparsa? Era stato lui stesso ad ammetterlo: attraverso la metafora straziante di uno scuolabus chiassoso che precipita in un lago ghiacciato, dei genitori imbambolati o singhiozzanti lungo il ciglio della strada, e del lutto lento e irreversibile di un’intera cittadina, aveva voluto affrontare gli interrogativi sulla fine dell’infanzia. Che vedeva già, al termine degli anni Ottanta, violata, snaturata. Dalla società dei consumi, dall’intrattenimento televisivo fine a sé stesso, dai giochi insieme, fuori, a fare rumore a cielo aperto, interrotti per lasciar spazio a una solitudine domestica, triste e silente.