Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 8:59

L’8 e 9 giugno si vota per i cinque quesiti referendari. I primi quattro sono stati promossi dalla Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) attraverso un’importante campagna di mobilitazione nazionale, che ha consegnato alla Corte di Cassazione oltre quattro milioni di firme. Merito di un lungo percorso di partecipazione, iniziato con la “Via Maestra” e culminato in questo referendum.

Ai quattro quesiti sul lavoro ne è stato affiancato uno sulla cittadinanza, che si propone di riportare da 10 a cinque gli anni di residenza necessari alle persone provenienti da Paesi extra Ue per effettuare la domanda di cittadinanza. Anche quest’ultimo quesito è strettamente connesso al tema del lavoro: prima di ottenere la cittadinanza le persone migranti sono sottoposte a un ricatto estremo che le rende le più precarie tra i precari, relegandole nell’impossibilità di far valere i propri diritti; infatti, se perdono il lavoro rischiano di perdere il permesso di soggiorno.

Questi 5 quesiti referendari sono importanti perché prima di tutto permettono a milioni di lavoratrici e lavoratori di prendere parola attraverso il voto, rivendicando direttamente la centralità del lavoro e dei propri diritti nell’agenda politica del paese. Votare in questo momento storico, in cui governo e maggioranza invitano pubblicamente all’astensionismo mentre attaccano il diritto al dissenso con l’approvazione del decreto sicurezza, è un obbligo morale e civile, oltre che un’opportunità di parlare alle persone, provando ad affrontare il tema del consenso e della partecipazione democratica su vasta scala, per spiegare come l’esercizio del diritto di voto è l’unico modo che abbiamo per difenderlo.