Com’è nato il brano di musica classica più eseguito del Novecento? Forse in una vecchia fabbrica, generato dall’ingranaggio di una macchina. Il film “Bolero”, presentato al Milano Film Festival, indaga sui misteri della creatività. E di un musicista, Maurice Ravel, dalla personalità enigmatica. Stravinskij lo paragonò con sufficienza a un orologiaio svizzero. Anne Fontaine, la regista, ci ha visto invece «una sofferenza molto interessante da esplorare».

C’entra il fatto che suo padre fosse un musicista, organista per la precisione?

«Anch’io ho studiato violoncello e pianoforte, ma in realtà non amavo molto la musica classica, perché ce n’era fin troppa in casa. Preferivo i Pink Floyd e i Deep Purple. Non avrei mai pensato di fare un film su un compositore francese. Poi un giorno, su una spiaggia di Formentera, mi è venuta voglia di raccontare proprio Ravel: una persona di cui in fondo si sa poco. Soprattutto non volevo fare un biopic. Io i biopic li odio, non t’insegnano niente che tu già non sappia. Li trovo pigri e artificiali: cosa c’è di più noioso di voler raccontare in un’ora e mezzo o poco più tutta una vita?».

Ancora il Novecento a Parigi, dopo il suo “Coco avant Chanel”.

« Certo, vivono tutti e due in quel contesto. Ma quello che mi è piaciuto è la libertà che c’era allora, molto maggiore, mi sembra, rispetto a oggi. Sia Chanel sia Ravel sono figure originali, che creano a partire da una mancanza. Chanel non voleva fare la stilista, non le importava nulla. E in entrambi i casi ha considerato una parte meno conosciuta della loro vita. In “Coco avant Chanel” mi fermo prima che diventi famosa. Qui ho selezionato alcuni momenti evocativi della vita di Ravel, per immergere lo spettatore nella sua mente. Della sua biografia si sa poco, a parte il fatto che adorava sua madre: quando lei è morta ha passato tre anni senza comporre. Aveva una vita sociale, andava nei club, ma non si sapeva bene che cosa facesse. E non aveva una vita affettiva, diciamo, classica. Era un eterno ragazzo. Questa femminilità nascosta gli dava una grande vulnerabilità e, insieme, una grande sensibilità. Le donne lo amavano. Ne ho scelte tre, Misia Sert, Ida Rubinstein e Marguerite Long, per rappresentare tre aspetti diversi della sua personalità».